Ci sono poche cose al mondo che desidero con tutta me stessa. La prima è vivere con il mio fidanzato, un gatto e uno stipendio che mi permetta di passare le vacanze nel villaggio di Babbo Natale ogni anno; la seconda è un Kenwood con tuuuutti gli attrezzi annessi, che riceverò quando il suddetto moroso mi chiederà di sposarlo… così gli faccio i biscotti e il regalo è per entrambi.

Queste prime due sono le cose importanti, per cui dovrò aspettare un po’. Ma per intanto mi sono accontentata di una terza cosa, che ha sempre stuzzicato il mio interesse: la grattugia per gli spätzli!
L’ho trovata l’ultima volta che sono stata a Bologna per meno di dieci euro e ho deciso che era arrivato il momento di soddisfare almeno un desiderio.

Per la prima volta con la mia preziosa grattugia sono andata sugli spätzli classici, quelli bianchi, con la ricetta trovata su un blog che si è rivelata piuttosto funzionale. Il condimento invece è stata una virile (e buonissima) idea del mio moroso: salsiccia sgranata e pezzetti di groviera, che ripassando gli spätzli in padella è diventato avvolgente e quasi quasi filante.

Spätzli salsiccia e groviera (per due persone)

Per l’impasto:
250 gr. farina
3 uova
110-130 ml di acqua
noce moscata q.b.
sale e pepe q.b.

Per il condimento:
200 gr. salsiccia
100 gr. di groviera a pezzetti

Preparazione:

Per prima cosa mettere a bollire l’acqua, con qualche manciata di sale come per la pasta.

Poi iniziare a preparare l’impasto degli spätzli, impastando in una ciotola la farina e le uova insieme a una manciata di sale e a un pizzico di noce moscata e di pepe. Mescolare utilizzando un cucchiaio di legno e dopo aver amalgamato i primi due ingredienti aggiungere l’acqua poco a poco: non è detto che sia necessario metterla tutta, solo quanto basta per ottenere un impasto morbido, appiccicoso ma non troppo e che non sia liquido.

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Lasciare l’impasto da parte un attimo e mettere la salsiccia sgranata sul fuoco, lasciandola rosolare piano affinché rilasci il suo grasso.

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Quando l’acqua bolle appoggiare sulla pentola la grattugia per spätzli e versarvi dentro l’impasto. Far scorrrere la grattugia su e giù, lasciando che gli spätzli cadano nella pentola. Per capire se l’impasto è della consistenza giusta bisogna sentire che si fa un pochino di fatica a far scorrere la grattugia, ma non troppa.

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Lasciar cuocere gli spätzli 3-4 minuti e poi scolarli nella padella della salsiccia. Farli saltare in padella e aggiungere il formaggio a pezzettini, spargendolo bene. Aspettare che si crei una bella crosticina, facendo attenzione però a non farli attaccare.

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Aggiungere una bella spolverata di pepe e servirli caldi, con una bella birra!

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Il mio ragazzo, oltre alla mia fulgida persona, è appassionato di due cose: l’hockey e i confini (o non confini) culturali.

Uno dei suoi posti preferiti vicino a casa mia, per esempio, è il ponte sul fiume Tresa, che separa il paesino di Ponte Tresa (Svizzera) dal paesino di Lavena-Ponte Tresa (Italia). Sulle due estremità del ponte si trovano le dogane, da un lato quella svizzera e dall’altro quella italiana, e il corpo del ponte, che sta nel mezzo delle dogane, nella mia testa è una sorta di terra di nessuno, la Narnia della geografia politica.

Da bambina ero insieme affascinata e intimorita da questo ponte, perché non capivo: insomma, di chi sono questi pochi metri di strada? Chi si occupa della loro gestione? Ma siamo sicuri che è legale stare fermi qua sulla terra di nessuno? Non avevo grande fiducia in questo ponte e lo percorrevo sempre velocemente, almeno fino a quando qualche mio parente – mia nonna, potrei supporre – si è deciso a insegnarmi che “non si corre davanti ai poliziotti, metti che si insospettiscono e ti sparano…” (non mi soffermerò sulle volte che mi è capitato di contravvenire alla regola).

Per il mio ragazzo, che ama sostare su questo ponte sospeso tra Svizzera e Italia (e quando lo facciamo insieme io sto buona buona e cerco di smettere di chiedermi sempre e ancora se sia legale o meno stare lì), il fascino però è un altro. “Ci pensi mai” mi ha chiesto una volta “che su entrambe le sponde si parla la stessa lingua, si mangiano le stesse cose, si guardano le stesse partite di calcio in tv ma si pagano le tasse a due Stati diversi?”.

Ecco, per il mio ragazzo il fascino dei confini (o non confini) culturali è questo e ora è facile comprendere perché, oltre al Ticino e ai suoi rapporti con l’Italia e l’italianità, i Grigioni gli piacciano così tanto, mentre io non li ho mai degnati di particolare attenzione per circa 26 anni della mia vita.

Quest’estate però abbiamo avuto modo di fare una gita a Poschiavo (sì: partire dal Ticino, sostare in Valtellina per poi prendere a Tirano il trenino rosso del Bernina e tornare in Svizzera è stata una gioia che manco Natale, per il mio moroso) e lì, oltre ai consistenti gradi in meno rispetto alle temperature di città e al paesaggio, ho potuto apprezzare un’altra cosa dei Grigioni: il cibo.

Ovviamente di mangiare e basta non mi accontento, devo riprodurre: per questo, nella tranquilla settimana autunnale che abbiamo trascorso in Valtellina, ne abbiamo approfittato per cimentarci con i capunet poschiavini (simili ma non uguali ai capuns di Coira), oltre alla golosa torta di noci Engadinese.

Capunet poschiavini (per 2 persone):

300 gr. spinaci
50 gr. pangrattato
1/2 cipolla tritata
1-2 foglie di menta
2 uova
180 gr. farina bianca
sale
burro
1 spicchio d’aglio
formaggio grattugiato (parmigiano e/o formaggio d’alpeggio)

Preparazione:

Per prima cosa lessare gli spinaci in acqua bollente, cuocendoli quanto basta per ammorbidirli ma non farli squagliare. Io ho utilizzato tranquillamente spinaci surgelati.

Una volta lessati, lasciarli raffreddare e accertarsi che abbiano perso tutta l’acqua in eccesso: è necessario lasciarli almeno un’oretta a scolare e, se serve, strizzarli bene in un panno pulito.

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Una volta raffreddati gli spinaci, tritarli finemente insieme alla menta e metterli in una ciotola con la cipolla e le uova. Amalgamare bene e aggiungere al composto tanto pangrattato e tanta farina quanta ne occorre per ottenere un impasto ancora morbido e piuttosto appiccicoso, ma lavorabile. Aggiustare di sale.
(Attenzione: non mettere direttamente tutta la farina e tutto il pangrattato indicati, altrimenti si rischia di ottenere un impasto troppo duro non in grado di cuocere).

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Mettere a bollire l’acqua, salata, e intanto preparare i capunet: se l’impasto si riesce a lavorare abbastanza bene con le mani comporre delle palline o degli gnocchetti, altrimenti è possibile aiutarsi con un cucchiaio bagnato, separando di volta in volta degli gnocchetti e lasciandoli cadere direttamente nell’acqua bollente.

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Intanto far sciogliere in una padella una dose generosa di burro, insieme all’aglio a pezzetti (in alternativa si può lasciare l’aglio intero e toglierlo in seguito).

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Scolare i capunet dopo 3-5 minuti direttamente nella padella con il burro, facendoli insaporire bene. Spegnere il fuoco e aggiungere un paio di manciate di parmigliano o altro formaggio grattuggiato, mescolare e servire ben caldi.

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Fare tre volte il giro dell’isolato per smaltire i capunet.

La torta di noci engadinese (“Tuorta de Nusch Engiadinaisa”, in romancio) è la seconda delizia che ho avuto modo di assaggiare nella mia gita a Poschiavo di questa estate, insieme ai capunet, ed è una di quelle cose che uno si deve scordare quando è a dieta.

Si tratta in sostanza di un guscio di pasta frolla burrosa ripiena di noci immerse in uno strato compatto di caramello al miele, che proprio per le sue caratteristiche (è tanto dolce, è tanto pesante, è strasuperipermega calorica ma non si riesce a smettere di mangiare) ho preparato in tortine monoporzione, prendendo spunto da questo post, che offre anche curiosità interessanti.

Torta di noci engadinese (per 5 tortine)

Per la frolla:

300 gr. farina
150 gr. burro
100 gr. zucchero (o zucchero a velo)
2 uova
un bel pizzico di sale

Per il ripieno:

225 gr. zucchero
150 gr. panna
15 gr. miele
250 gr. gherigli di noce

Preparazione:

Per prima cosa preparare la frolla mischiando il burro ben freddo con la farina e lo zucchero, formando un impasto bricioloso. Aggiungere le uova e un pizzico di sale e amalgamare tutto bene, creando un panetto compatto e liscio. Lasciar riposare in frigorifero almeno un’ora: risulterà un impasto piuttosto morbido, deve essere ben freddo per essere lavorato.

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Intanto preparare il caramello. Per me era la prima volta e il primo tentativo è stato un disastro (ho generato delle armi contundenti nella forma di pesantissime e spigolose palline di zucchero cristallizzato), ma dopo circa quattro tutorial su Youtube posso illustrare con sicurezza il procedimento più facile e meno rischioso: mettere in una padella a fuoco spento lo zucchero e coprirlo bene con mezzo bicchiere d’acqua, facendo roteare delicatamente la padella per far arrivare l’acqua ai bordi; mettere lo zucchero sulla piastra, a fuoco medio, e lasciar evaporare l’acqua, assolutamente senza mescolare (eventualmente si può ancora roteare delicatamente la padella per velocizzare lo scioglimento dello zucchero).

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Quando il caramello inizia a fare le bolle è quasi a buon punto: aspettare che inizi a colorarsi leggermente e nel momento in cui appare ambrato aggiungere la panna e mescolare bene, aggiungere il miele.

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Aggiungere infine anche le noci tritate grossolanamente e amalgamare bene il tutto. Versa il composto in una ciotola e far raffreddare.

Nel frattempo stendere la pasta frolla fredda e ritagliare dieci dischi di pasta, cinque leggermente più grandi delle formine che si andranno a utilizzare per cuocere le tortine e cinque leggermente più piccoli.

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Imburrare e infarinare gli stampini e foderarli con i dischi di pasta più grandi, facendo fuoriuscire leggermente i bordi di pasta dallo stampo.

Riempire gli stampini con il composto al caramello (deve essere freddo) e foderarli con i dischi di pasta più piccoli, avendo cura di chiuderli con grande attenzione e precisione.

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Spennellare le tortine con un rosso d’uovo e bucherellare la superficie con una forchetta.

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Posizionare le tortine su una placca foderata di carta forno (questo accorgimento serve nel caso le tortine non siano chiuse benissimo e un po’ di caramello fuoriesca in cottura) e cuocere a 180° per 25-30 minuti.

Ecco il risultato:

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Oggi è il primo settembre e ogni anno, quando arriva settembre, io sono felice: a settembre ricominciano i telefilm, inizia a fare più freschino di giorno in giorno, si possono mettere i vestiti invernali (che sono indubbiamente più belli, diciamolo) e si è ogni ora più vicini a Natale e alla proiezione di quel migliaio di film che se non si vedono almeno una volta all’anno non si può dire di aver vissuto pienamente (mi riferisco ai film di Natale, ovviamente).

Ma soprattutto settembre e l’autunno sono il periodo migliore per il cibo. Certo è solo il primo del mese e per le castagne ci vorrà ancora qualche tempo, ma si può certamente inaugurare la stagione con una gran goloseria: una crostata con base di frolla al cacao guarnita da una crema alla Nutella che si lascerebbe mangiare anche da sola, direttamente dalla ciotola.

La ricetta è di Benedetta Parodi, perché sì, solo lei poteva pensare a una roba così… ma la ringrazio per questo!

Crostata alla Nutella

Per la frolla al cacao:
300 gr. farina
125 gr. burro
130 gr. zucchero
80 gr. nocciole tritate
20 gr. cacao
1/2 bustina di lievito
2 uova
un pizzico di sale

Per la farcia:
250 gr. ricotta
250 gr. Nutella

Procedimento:

Preparare la frolla al cacao mischiando in una ciotola la farina, lo zucchero, il burro freddo tagliato a tocchetti, il lievito, il cacao e le nocciole tritate. Aggiungere infine le uova e impastare fino a ottenere un panetto liscio.

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Avvolgere l’impasto nella pellicola trasparente e lasciarlo riposare in frigo una mezz’oretta.

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Intanto preparare la farcia ammorbidendo la ricotta in una ciotola e amalgamandovi con una frusta la Nutella, che a sua volta può essere ammorbidita scaldandola per un minuto nel microonde.
Mischiare bene, fino a ottenere una crema liscia e vellutata.

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Passato il tempo necessario togliere la frolla dal frigo e quando è ancora fredda stenderne circa 3/4 a foderare una teglia rotonda coperta da carta da forno.

Riempire con la farcia e guarnire con la frolla rimasta, creando le solite strisce da crostata oppure, come ho fatto io, distribuirla a pallini sulla farcia, come fosse un crumble.

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Informare a 180° per 30 minuti.

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Come ultimo passaggio, mi sembra superfluo dirlo, prendere un leccapentola e ripulire la ciotola in cui è stata fatta la farcia!

Probabilmente esiste una qualche legge che vieta il consumo di cibi ipercalorici se si sta vivendo una cosa bruuuutta, bruuuutta come l’estate più calda degli ultimi cinquant’anni (o giù di lì).

Eppure diciamolo, ci sono dei piatti a cui non si può dire di no, punto e basta.

In particolar modo non si dice di no a dei pizzoccheri fatti freschi dal proprio fidanzato, con la ricetta originale di una nonna valtellinese, nonna Vera.

Dunque si ignora il caldo, si preparano e si mangiano innaffiati da una bottiglia di Rosso di Valtellina (da finire, mi raccomando); ma tanto i pizzoccheri hanno qualcosa di magico: quel qualcosa che non ti fa pentire di averli mangiati. Né il caldo, né la dieta.

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Pizzoccheri fatti in casa (per 2 persone)

Per l’impasto:
200 gr. farina nera
50 gr. farina bianca
acqua q.b.
sale q.b.

Per il condimento:
5 biete (o coste)
2 patate medie
150 gr. burro
200-250 gr. di formaggio semigrasso valtellinese
2 spicchi d’aglio
alcune manciate di parmigiano grattugiato
alcune foglie di salvia
pepe a piacere

Procedimento:

Fare l’impasto dei pizzoccheri mischiando in una ciotola le due farine, amalgamate bene, il sale e tanta acqua quanta ne occorre per ottenere un impasto liscio, compatto ma non troppo duro. Lasciar riposare per 15-20 minuti.

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Nel frattempo tagliare a tocchetti non troppo grandi le patate sbucciate e le biete, precedentemente spuntate dalle foglie e pulite (è il caso di togliere anche i filetti alle estremità, almeno quelli più coriacei). Mettere le verdure in una pentola con acqua fredda e portarle a bollore.

Mentre le verdure arrivano a bollore stendere l’impasto dei pizzoccheri, aiutandosi con la macchina per la pasta, a uno spessore di circa 2-3 mm. Infarinare bene il piano di lavoro e stendervi sopra le strisce di pasta da tagliare a listarelle; per velocizzare il lavoro è possibile sovrapporre le strisce di pasta e tagliarle insieme, ma bisogna avere cura di infarinarle bene per evitare che si appiccichino.

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Tagliare a tocchetti anche il formaggio: si possono fare pezzetti un po’ più grandi e un po’ più piccoli, in modo che alcuni si sciolgano subito e altri mantengano invece un po’ più di consistenza.

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Dopo 5-6 minuti che le verdure hanno raggiunto il bollore versare i pizzoccheri, dando loro una cottura di altri 5-6 minuti.

Intanto friggere l’aglio e la salvia nel burro, senza farlo bruciare.

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Una volta che i pizzoccheri sono cotti disporli in una pirofila, alternando uno strato di pizzoccheri e verdure, uno strato di cubetti di formaggio e una spolverata di parmigiano, poi ancora uno strato di pizzoccheri e via dicendo.

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Completare il piatto versandoci sopra il burro aromatizzato con aglio e salvia e un’abbondante spolverata di pepe macinato.

Pizzoccheri

(Per finire: smaltire le calorie ingurgitate nella maniera più piacevole possibile… altrimenti non ci si salva!)

Nella calura estiva qualsiasi ricetta che riesca a essere insieme fresca, leggera e gustosa è una manna dal cielo in grado di impedire di alimentarsi esclusivamente di gelato (che sarebbe una cosa bellissima, però insomma, la linea e tutte quelle robacce lì).

In questo frangente – oltre alla classica caprese e al sushi che richiede o di uscire o una preparazione piuttosto complessa – una buona risorsa sono le classiche ricette di carne cruda, come il carpaccio e la tartare, che qui da me si usano molto.

Personalmente le apprezzo entrambe, però tra le due vince sicuramente la tartare: è fresca, riempie senza essere pesante, si prepara in un secondo e poi, nella mi esperienza, si è sempre rivelata così buona da conquistare anche i dubbiosi della carne cruda.

Inoltre è una delle pietanze preferite del mio ragazzo e per lui l’ho preparata a sorpresa qualche giorno fa, servita classica con toast al forno e burro salato e con dei semplicissimi pomodori peretti aperti a metà con la maionese come contorno.

La ricetta è del sito Saison.ch (che sulle ricette di influenza o di tradizione svizzera e delle zone limitrofe non mi ha ancora deluso!), leggermente modificata in base agli ingredienti che avevo o meno in casa.

Tartare
(per due persone con grande appetito)

380 gr. di macinata di filetto di manzo, possibilmente macinata fresca dal macellaio
2 tuorli
1 cipolla piccola
succo di 1/2 limone
1 cucchiaio di senape
2 cucchiai di ketchup
1/2 cucchiaio di tabasco (anche 1 cucchiaio di salsa chili, da mescolare bene con il ketchup, può andare bene)
1-2 cucchiai di capperi
prezzemolo
sale, pepe

Come accompagnamento:
pane toast
burro salato

Preparazione:

Per evitare qualsiasi rischio sanitario legato alla carne cruda, io congelo sempre il macinato almeno il giorno prima, lo lascio in freezer la notte e lo scongelo in frigorifero il giorno seguente, tirandolo fuori al mattino per consumarlo la sera.

In una ciotola capiente mescolare con le mani la carne macinata, ammorbidendola.

Tritare finemente la cipolla, in pezzi veramente piccoli e che abbiano rilasciato il loro succo, e aggiungerli alla carne, mescolando bene. Aggiungere anche i capperi, interi o tritati come da preferenza; è possibile aggiungere anche un paio di filettini d’acciuga tritati finemente, stando attenti a bilanciare la salinità con i capperi.

Aggiungere il succo di limone.

Aggiungere i due tuorli e amalgamare bene il tutto aiutandosi con una forchetta, in modo da tritare ancora un po’ la carne insieme a tutti gli ingredienti aggiunti.

Aggiungere ancora le salse, continuando ad amalgamare il tutto con la forchetta.

Aggiungere infine il prezzemolo, mescolare e aggiustare di sale e di pepe.

Lasciar riposare la preparazione in frigorifero per 15-30 minuti.

Intanto tostare il pane in forno a 200° fino alla doratura su entrambi i lati.

Tirare fuori la tartare dal frigorifero e servirla nella classica forma di hamburger o polpetta, accompagnata dal pane tostato e da alcuni riccioli di burro salato – io non sono stata in grado di essere così elegante, ma è stato apprezzato lo stesso.

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Quando l’altra mattina mio padre, prima di uscire per andare al lavoro, ha sottolineato che siccome ero in vacanza era mio preciso dovere pensare alla cena, ero felice: di solito posso cucinare solo per me oppure eseguire con dovizia i compiti che mi vengono dati. Dunque ho preso la proposta (… l’ordine?) con il massimo entusiasmo possibile e ho pensato subito cosa potessi fare.

Quando mi sono trovata ad aprire il frigo sono però dovuta tornare bruscamente alla realtà. In mezzo a una desolazione assoluta composta da qualche bottiglia d’acqua e un tubetto di pasta d’acciughe c’erano solo due cose: due vaschette di fiori di zucca, bellissimi, e un bel tocco di gorgonzola avanzato.

Come mettere insieme queste due cose? Con un risotto delicato e saporito insieme, cremoso e con un leggero tocco di colore. E grazie al cielo è stato apprezzato!

Risotto ai fiori di zucca e gorgonzola
(per tre persone con molto appetito)

3 bicchieri di riso per risotti
20 fiori di zucca ca.
100 gr. di gorgonzola (io ho usato quello misto gorgonzola e mascarpone, ma il gorgonzola da solo sarebbe stato migliore per favorire la cremosità e dare un gusto più deciso)
1 cipolla
1 manciata di parmigiano grattugiato
vino bianco per sfumare
brodo q.b.
pepe

Preparazione:

Mettere su il brodo.

Tagliare la cipolla e farla dorare in un po’ d’olio d’oliva. Quando risulta bella colorita aggiungere il riso e farlo tostare fino a che non diventa trasparente. In seguito sfumare con il vino bianco e quando l’alcol è evaporato continuare la cottura del risotto aggiungendo mestoli di brodo.

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Mentre il riso cuoce preparare i fiori di zucca: lavarli e asciugarli con molta delicatezza e togliere il pistillo interno, cercando di fare attenzione a non romperli.

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Tagliarli a listarelle per il lungo, facendo in modo che ogni listarella abbia la sua parte arancione, che darà un po’ di colore.
Tagliare intanto anche il gorgonzola a tocchetti, che servirà alla fine per mantecare.

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Poco dopo metà della cottura, quando il riso è quasi pronto ma risulta ancora al dente, aggiungere le listarelle di fiori di zucca e mescolare con delicatezza, facendo attenzione a non romperli troppo.

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Portare il risotto al grado di cottura desiderato, togliere dal fuoco e aggiungere i tocchetti di gorgonzola, mescolando fino a che non risulti sciolto e abbia dato la giusta cremosità.

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Mantecare infine anche con una manciata di parmigiano e aggiungere una spolverata di pepe. Servire ben caldo.

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Quando ho fatto la torta di carne in crosta mi sono avanzati alcuni ritagli di pasta brisée.
Siccome non mi andava di buttarli, ho cercato un altro modo per impiegarli: ne è venuta fuori una mini torta di rose salata carinissima, farcita con la scamorza (avanzata anche quella, ma volendo qualsiasi ripieno dai salumi alle verdure affettate fini va benissimo), che è stata apprezzata sul momento come antipastino, per occupare il tempo di cottura della torta.

Roselline di pasta brisée

4 rettangoli di pasta brisée
4 veli o fette sottilissime di scamorza affumicata
tuorlo per spennellare

Preparazione:

Stendere la scamorza sui rettangoli di pasta brisée e arrotolarli: premere leggermente la parte bassa per sigillare il tutto, allargare invece la parte superiore per creare i petali delle roselline.

Assemblare la torta di rose posizionando ogni rosellina vicina e premendo leggermente affinché la pasta si incolli e la struttura regga la cottura. La cosa migliore sarebbe metterla in una cocotte della misura adeguata dove non possa demolirsi, ma io non l’avevo.

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Spennellare la torta di rose con il tuorlo, facendo attenzione a non rovinare la struttura.

Infornare a 180° per 15-20 minuti, fino a che la pasta non risulta ben dorata.

Servire a ogni commensale una rosellina con accanto un cucchiaio di panna acida.

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Sin da Edward mani di forbice, Tim Burton è stato uno dei miei registi preferiti. Spiegare il perché mi sembra del tutto superfluo – i suoi film parlano da soli -, però tra tutti i film di Tim Burton ce n’è stato uno che mi ha rovinato la vita (culinariamente parlando): si tratta di Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street, che oltre a essere un musical e dunque avere un saaaaacco di parti cantate, racconta anche la storia di un serial killer che dopo aver assassinato le sue vittime le spedisce al forno di Mrs. Lovett, che li trasforma in deliziosi e succosissimi tortini di carne.

Ecco: se prima i tortini di carne li avevo adorati all’inverosimile – soprattutto la torta di carne di mia zia, vera ghiottoneria – per anni dopo aver visto questo film non sono più stata in grado di guardarli senza esserne profondamente disgustata.

Essendo passati ormai otto anni dall’uscita del film, a Pasqua ho deciso che questa storia doveva finire e ho proposto al mio moroso come cena proprio una bella torta di carne in crosta con il purè.

Non ci ho pensato tanto, non ho neppure cercato una ricetta: abbiamo comprato gli ingredienti e basta, abbiamo improvvisato. Beh, non so se gli otto anni di astinenza abbiano dato il loro contributo, ma ne è uscita una vera delizia, forse la cosa più buona che mi sia capitato di cucinare fino a ora.

Per questo motivo la trascrivo, sia per tenere traccia della ricetta sia per ricordare a qualsiasi altro pazzo che come me, magari, si sta astenendo dai pasticci di carne a causa di Sweeney Todd di smettere, perché sono troppo buoni.

Torta di carne in crosta con purè

2 rotoli pasta brisée
1 manciata abbondante di soffritto classico (sedano, carota e cipolla)
500 gr. carne macinata per ragù (bovino e suino)
5-6 veli o fette sottili di scamorza affumicata
4 cucchiaini di doppio concentrato di pomodoro
vino rosso per sfumare
sale e pepe q.b.
1 tuorlo per spennellare

Per il purè:
4 patate medie a pasta gialla
una generosa noce di burro
latte q.b
parmigiano grattugiato q.b.
1 tuorlo
sale, pepe e noce moscata q.b.

Procedimento:

Per prima cosa mettere a bollire le patate.

In una padella far rosolare il soffritto in olio d’oliva fino a che la cipolla sia ben dorata; aggiungere la carne macinata e farla rosolare insieme al soffritto fino a che non prende colore.

Sfumare con il vino rosso e far evaporare bene l’alcol; aggiungere il concentrato di pomodoro e, se necessario, anche un paio di mestoli di acqua di cottura delle patate.

Lasciar insaporire il tutto, aggiustare di sale e di pepe e lasciar restringere bene il sugo: la carne deve risultare rossa di sugo e saporita, ma abbastanza asciutta al fine di non inumidire troppo la pasta brisée.

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Intanto con un rotolo di pasta brisée foderare una tortiera rotonda, bucherellare il fondo con i denti di una forchetta e riempirla con la carne macinata.

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Ricoprire la carne con delle fette molto sottili di scamorza affumicata.

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Dal secondo rotolo di pasta brisée ritagliare una calotta della circonferenza della tortiera e stenderla sopra la scamorza, chiudendo la torta.
Se dal secondo rotolo avanzano dei ritagli, qui c’è un’idea veramente carina per ricavare un piccolo aperitivo da servire aspettando che la torta si cuocia.

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Rincalzare i bordi e sigillarli bene. Infine spennellare tutta la superficie con un tuorlo, aiutandosi con un pennello da cucina o le dita.

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Infornare la torta a 200° per 35-40 minuti: indice della cottura è come sempre la doratura dei bordi e della superficie.

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Intanto che la torta cuoce, scolare le patate arrivate a cottura (se si infilzano facilmente con la forchetta ci siamo) e raffreddarle sotto il getto di acqua fredda quanto basta per poterle maneggiare.
Con lo schiacciapatate schiacciarle con tutta la buccia (rimarrà automaticamente nello schiacciapatate) in una pentola e metterla sul fornello a fiamma minima.

Incorporare alle patate un generoso tocco di burro, un tuorlo e il latte a seconda della consistenza desiderata. Aggiustare il sapore aggiungendo un paio di cucchiai di parmigiano grattugiato, il sale e il pepe e se piace la noce moscata.

Mescolare energicamente: il purè è pronto quando tutti gli ingredienti sono bene incorporati e il composto risulta liscio e vellutato.

Servire la torta tiepida con il purè di patate accanto.

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Devo ammetterlo: sono una dipendente ossessiva-compulsiva della colazione al bar. La adoro sul serio e ogni santa mattina mi sveglio, mi vesto, esco di casa e solo quando mi trovo davanti il mio cappuccino con il mio chiffer mi sento pronta a cominciare la giornata; credo siano due o tre anni che non salto una colazione al bar, esclusi i giorni delle feste comandate – perché i bar sono chiusi, non per altro – e quelli in cui mi sono trovata a letto con la febbre e nonostante i miei sforzi non c’era possibilità di riuscire a trascinarmi fuori di casa.

Tutto ciò per dire che la colazione per me è sacra e che qualche giorno fa sono stata nella posizione di non poterla fare: avevo un treno proprio nel mezzo della mattina, un bel viaggio di tre ore, che mi impediva di fare colazione prima di partire (perché non c’era tempo) e pure dopo (perché era troppo tardi). Allora, con grande spirito di problem solving, ho proposto al mio ragazzo di fare un brunch, al fine di rendermi più accettabile l’idea di posticipare (non saltare, mi raccomando!) la colazione, trasformandola però in qualcosa di più consono all’orario in cui sarebbe stata consumata.

Il menù ha previsto: brioches vuote, uova strapazzate, pancetta croccante, succo d’arancia fresco e soprattutto dei deliziosi pancakes dalla consistenza morbidissima né dolci né salati, in modo che potessero essere mangiati sia con le uova e la pancetta che con la marmellata o altre cose dolci.

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Di tutte queste cose deliziose riporto la ricetta dei pancakes, che ho trovato particolarmente valida: l’ho presa da questo blog , che ha diverse idee carine anche per farcirli; io ho preso più che altro le proporzioni tra gli ingredienti, che di solito non azzecco mai, e poi sono andata un po’ a caso.

Nuvole di pancakes (per una quindicina di pezzi)

2 uova
60 gr. burro fuso
250 ml latte
200 gr. farina
1/2 cucchiaino di sale
1 cucchiaino di lievito

Preparazione:

Separare i tuorli dagli albumi e mescolare i tuorli con il burro fuso e il latte. È bene lasciare il burro raffreddare un po’, altrimenti si rischia di ottenere un effetto un po’ spiacevole cuocendo leggermente i tuorli come è accaduto a me; ma nel caso basta lavorare di frusta con un po’ di forza e tutto si aggiusta.

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Mettere il lievito e il sale nella farina, dare una mescolata e poi aggiungere il tutto nel composto di tuorli. Stemperare bene con la frusta, incorporando tutta la farina e cercando di non formare grumi.
È assolutamente normale che la pastella risulti piuttosto densa: verrà ammorbidita in seguito con gli albumi.

Montare gli albumi a neve e aggiungerli al composto, incorporandoli mescolando dal basso verso l’alto.

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Il composto finale deve risultare denso e appiccicoso, preferibilmente senza grumi.

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Ungere il fondo di una padella antiaderente con un pennello o un pezzo di carta assorbente e versare la quantità di un mestolino di pastella, cercando di spargere il liquido in modo uniforme raggiungendo lo stesso spessore sia al centro che ai bordi. Quando inizia a fare le bolle sollevare leggermente il bordo con una spatola: se è bello dorato, girarlo con un gesto veloce e deciso.

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Ripetere il procedimento fino alla fine della pastella, avendo cura di ungere sempre la padella ogni 2-3 pancakes.

Consumare i pancakes caldi con la farcitura che si preferisce, salata o dolce.

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Zerocalcare.it

Una lettura apprezzabile, un racconto uscito di getto, una ricetta della nonna, uno scatto ben riuscito, un pensiero sparso, una conversazione origliata al tavolino di un bar. Momenti trascurabili, appunto.

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